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LE LINGUE MINORITARIE TUTELATE IN EUROPA

L'Europa si potrebbe paragonare ad una torre di Babele: il numero delle lingue parlate dagli europei è di oltre 60, oltre alle 11 ufficiali.
Si tratta di 40 milioni di persone, all'incirca il 10% della popolazione europea, che usano una lingua diversa da quella della maggioranza della popolazione nazionale.
Un dato che indica come la diversità socio culturale rappresenti per il nostro continente una ricchezza da non disperdere e uno dei pilastri della costruzione democratica dell'Europa, inserita nell'art. 22 della ''Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea'', che così recita: ''L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica''. Una definizione di lingua ''minoritaria'' si può trovare nella ''Carta europea per le lingue regionali e minoritarie'', un trattato internazionale firmato nel 1992 nel quadro del Consiglio d'Europa, l'organizzazione internazionale con sede a Strasburgo, che opera dal secondo dopoguerra in campo culturale e dei diritti umani.
Sono ''lingue tradizionalmente usate all'interno di un dato territorio di una nazione, da cittadini che formano un gruppo numericamente meno numeroso del resto della popolazione, che parla lingue differenti da quella ufficiale dello stato. Non includono nè i dialetti delle lingue ufficiali, nè le lingue dei migranti''.

La definizione copre un largo spettro di lingue e di situazioni sociali (vedi cartina). Il catalano, ad esempio, è parlato da circa 7 milioni di persone in Spagna, Francia e nella zona di Alghero, in Italia. Il sami, invece, è una famiglia di lingue parlate da popolazioni della Finlandia del nord, Svezia, Norvegia e la penisola di Kola in Russia, dove però è a rischio di estinzione.

Lo scopo della Carta del Consiglio d'Europa è quello di proteggere e favorire iniziative di promozione delle lingue minoritarie, riconoscendo alcuni fondamentali diritti, quali l'insegnamento nelle scuole, l'uso nelle pubbliche amministrazioni e nei mass media locali.
Aldilà delle solenni dichiarazioni delle organizzazioni internazionali, va alla Commissione europea il merito di aver studiato a fondo la questione e di aver predisposto strumenti finanziari di sostegno alle lingue non ufficiali.
Per precisare l'entità del fenomeno e, di conseguenza, adottare specifiche misure di salvaguardia, la Commissione nel 1992- 93 ha commissionato uno studio approfondito, sfociato poi nel rapporto Euromosaic. In tale documento si definivano le variabili sociali, economiche, culturali, ma anche istituzionali, che permettevano la sopravvivenza e la diffusione di una lingua. I ricercatori, inoltre, mettevano in luce il profondo mutamento nella valutazione della diversità economica e sociale, pilastri per lo sviluppo e l'innovazione nell'integrazione europea. In tale contesto, le differenze linguistiche e culturali assumevano una valenza centrale e come conseguenza, urgeva un'azione di promozione e tutela da parte delle istituzioni.

La Commissione ha così istituito una speciale linea di bilancio annuale, che ha permesso, dalla seconda metà degli anni '90, il finanziamento di numerosi progetti nel settore e un sostanzioso supporto alle due maggiori organizzazioni europee: l'Ufficio europeo per le lingue meno diffuse, EBLUL e la rete europea di informazione e di monitoraggio, Mercator , entrambe sorte sotto l'egida del Parlamento europeeuropeo, il primo nel 1982 e il secondo nel 1987.
Sia EBLUL, che la rete Mercator rappresentano utili punti di riferimento per chi voglia orientarsi nel mondo della varietà linguistica europea e ha al suo interno un'aggiornata banca dati di progetti, iniziative, normative o dati statistici.

Tratto da: P R O V I N C I A I N F O R M A No t i z i a r i o s u l l e p o l i t i ch e c omu n i t a r i e

Lingua minoritarie in Europa

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